21 gennaio 2010

Angela





Per me Angela esiste...




19 gennaio 2010

Carla Accardi

Carla Accardi è un’artista che ha attraversato più di una stagione e le tante fasi che hanno scandito l’evoluzione pittorica della Roma degli ultimi sessant’anni. Fa parte di quella generazione che ha determinato la fine dell’emarginazione della creatività femminile, come ne fanno parte Louise Nevelson e Louise Bourgeois o anche Agnes Martin e Niki de Saint Phalle.
Siciliana di Trapani, dove è nata nel 1924, Carla Accardi è una signora tranquilla e decisa, calma in società ma agilissima nei continui viaggi interiori, sempre pronta a corteggiare l’imprevisto, ad esercitare l’avventura. Una foto di Elisabetta Catalano, del 1997, la presenta pensosa, con lo sguardo rivolto verso un altrove, e insieme decisa come suggerisce la mano posta sulla gamba nel tipico atteggiamento di chi è in “surplace” ma pronta a scattare. Non più snella è la figura ma le labbra carnose sono le stesse, i lisci capelli, che incorniciano il viso, gli stessi degli autoritratti giovanili eseguiti nel ‘46.
Il mio interesse per Carla Accardi è figlio di una passione recente, nata, quasi per folgorazione, nei primi anni novanta, quando, nei miei studi su Angelica Kauffmann, mi sono imbattuta in un suo Bacco ed Arianna. Un omaggio ad Angelica, rivissuto attraverso la sua particolare tecnica del “segno”. Da allora, con lo zelo proprio degli iniziati, ho svolto ricerche sulle pubblicazioni, visitato mostre sull’artista (Castello di Rivoli, 1998; Galleria Borghese 2002; Museo Laboratorio dell‘Università della Sapienza, Roma 2000; Macro, Roma 2004; l’ultima, in ordine di tempo, a Villa Remmert, Ciriè, che è stata aperta fino al 10 gennaio 2007).
E una pittrice attiva da un abbondante mezzo secolo da quando giovanissima, aveva cominciato a disegnare alberi e case della campagna siciliana o a rappresentare, con un pennellino e l’inchiostro a china, ritratti molto somiglianti degli amici. A Firenze, dove frequenta l’Accademia, ammira gli affreschi del Beato Angelico; la colpiscono la purezza dei toni del colore e il modo con cui esso è steso: una lezione che terrà presente nel corso dei suoi lavori. Poi il grande salto: il trasferimento a Roma nel 1947 e la militanza nel gruppo Forma. I suoi compagni d’avventura sono Attardi, Consagra, Turcato e Sanfilippo, che diventerà suo marito nel 1949. Formano un bel gruppetto di pittori che si ritrova tra via Margutta, via del Babuino e Piazza del Popolo. Un altro luogo preferito è la trattoria Menghi sulla Flaminia dove, per sdebitarsi dei conti non pagati, affrescano le pareti con punti e virgole. Unica donna, in un consesso interamente maschile, redige e firma il Manifesto del gruppo Forma, formulato sulle basi di una ideologia che intendeva affermare l’urgenza della pittura astratta nell’epoca contemporanea. Insieme anche ad altri giovani ”arrabbiati”, che si chiamano Perilli e Dorazio, si inserisce nel vivo del dibattito figurativo-non figurativo, impegno politico e non, che caratterizza l’arte italiana ed europea tra la fine degli anni quaranta e il decennio successivo. Se, infatti, fino al 1952, la sua ricerca artistica si muove sulla linea della pittura costruttivo-concretista, dal 1954 la sua attenzione si sposta e si concentra tutta sul “segno”. Il “segno” che le è stato compagno in tutta la sua produzione. Non è il suo un segnale assoluto ed inflessibile come in Giuseppe Capogrossi ma un “segno” perpetuamente variabile che, aggregandosi ad altri, in figure inattese e sconosciute, sembra tracciare danze sulla superficie. «I segni, dice l’artista in una conversazione con Vanni Bramanti, si scambiano questa loro vita solitaria e l’insieme che compongono, intrecciandosi ed inserendosi nella superficie del quadro, rappresenta con infinite varianti la vita e indica all’osservatore un modo per riconoscersi e capirsi. Il mio scopo è di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo». Arciere in bianco, esposto alla personale, organizzata dalla Galleria S. Marco di Roma nel 1955, registra un momento cruciale della pittura dell’artista, che avvia una definitiva evoluzione rispetto al linguaggio di esordio e giunge alla dialettica severa del bianco e nero. Non sono colori ma sono, entrambi, luminosi, disposti a scambiarsi vicendevolmente sulla superficie il ruolo di “figura” e di “fondo”; suscitatori di un’ambiguità percettiva calcolata. Una sorta di scrittura enigmatica, priva di “messaggi”, come fu pronto a riconoscere Michel Tapié, gran padre dell’informel francese. Sarà Tapié a consegnare, per la prima volta, la nostra Carla alla platea internazionale: si susseguiranno, da questo momento, mostre collettive e personali presso le maggiori Gallerie d’avanguardia, a Parigi, Roma. Osaka, Pittsburgh, Tokyo, Londra.
A partire dagli anni sessanta la scrittura abbandona la dialettica secca del bianco e nero e si accende di colori, accentuando il valore cromatico nella bicromia: i rossi di fiamma, gli azzurri, i viola, i verdi, gli aranci. Rettangolo rosso, 1960, Arancio verde 1961, Rosa-azzurro, Rosso lilla, entrambi del 1961, Rosso-viola (62-63), richiamano alla mente i colori della terra di Sicilia e conferiscono al quadro, come afferma Germano Celant (Carla Accardi, Charta, 2001), un «potere ammaliante ed estatico». Quasi contemporaneamente nuovi materiali si sostituiscono alla superficie pittorica tradizionale della tela e della carta. Ecco irrompere, nei lavori, il sicofoil, una leggera pellicola trasparente fissata su telai grezzi. Su questo materiale plastico, l’artista interviene con gli arabeschi e le spirali del suo arcano alfabeto, stesi a larghe sagome, che sembrano galleggiare nel vuoto. E una produzione tutta in funzione della luminosità della materia “materia congelata in luce”. Al suo interno, si collocano alcune prove esemplari dell’intero percorso creativo della Accardi: Tenda, Triplice tenda, Rotoli con cui l’artista “entra nell’ambiente” estendendo i suoi interventi allo spazio reale. «Uso il sicofoil come luce, mescolanza, fluidità con l’ambiente intorno: forse per togliere al quadro il suo valore di totem». Chi ha visitato la mostra che Danilo Eccher ha dedicato all’artista, nel 2004, al Macro di Roma, ha potuto interagire con questa struttura aperta e trasparente. «Sembra sottendere, è ancora Celant ad affermarlo, la necessità di consolidare il dialogo tra il dentro e il fuori, tra passato e futuro, tra maschile e femminile». La prima Tenda è del 1965. L’anno precedente l’artista è stata presente, con una sala personale, alla Biennale di Venezia. I suoi compagni di strada, in questi anni, sono Pistoi e Carla Lonzi. Grazie a loro intreccia contatti e scambi con Giulio Paolini e Luciano Fabro e si avvicina al gruppo di Torino dell’arte povera. Con Carla Lonzi compie viaggi, si impegna in conversazioni sulla creatività come veicolo della propria identità, sulla necessità di una ricerca consapevole e determinata dell’autonomia femminile. Un impegno nel “privato” della sua attività di artista che, inevitabilmente, all’epoca delle contestazioni del ‘68, diventerà “politico”. L’uso del sicofoil si estende anche nel corso degli anni settanta. Poi, a partire dagli anni ottanta, l’artista si impegna in una ricerca che vede intensificarsi il colore e ricoprire superfici di tela grezza. Ora i segni vengono tracciati attraverso stesure ricche e corpose, forti, ciascuna, della propria differente energia. A volte sono macroscopici, diventano più chiaramente allusivi, ricordano becchi di uccello, foglie, piume, falci, onde: la vita con la sua energia. Gridi di dipinte piume. 1985, Nella rete dei rami, 1989. C’è Matisse, con il suo cromatismo gioioso, esplicitamente citato in Matissiana del 1982. Nominata Accademica di Brera, nel 1996. riceve, nello stesso anno, a Roma, l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce. E l’anno in cui si inaugura una sua opera permanente, realizzata in mosaico, per la metropolitana di Roma.
Attraversare l’arte secondo prospettive inedite è un modo di procedere congeniale a questa “nomade dell’arte”. In linea con le avanguardie storiche dal Fu turismo al Surrealismo, non ha disdegnato di entrare nel mondo della moda, di realizzare disegni per le stoffe delle sorelle Fontana, gioielli e ceramiche, anche un arazzo per la nave Raffaello. Questa è Carla Accardi. Un’artista con la vocazione spesso dichiarata di «stare al fianco della contemporaneità, di amarla e interpretarla nel suo farsi, nel suo mutare, mettendo in gioco, ogni volta, il patrimonio già acquisito».
Sarà presente in una collezione permanente, recentemente acquistata dal Museo Regionale d’Arte Contemporanea di Palazzo Riso, a Palermo. L’ inaugurazione è prevista, se non ci saranno problemi, per dicembre di quest’anno. E questo l’omaggio ad un’artista “storica” che ha onorato ed onora la terra di Sicilia.

Iolanda Leccese da Leggere donna.

11 gennaio 2010

Natalja Petrova

L’aggressione alla giornalista Natalja Petrova
“Così non scriverai mai più”: il racconto dell’aggressione alla giornalista Natalja Petrova e alla sua famiglia fatto da Oksana Chelisheva, membro della Società per l’amicizia russo-cecena, chiusa dalla Federazione Russa nel gennaio 2007 con l’accusa di terrorismo.

Una collega di Anna Politkovskaja
Il 6 settembre a Kazan c’è stata un’operazione dei servizi speciali per arrestare la giornalista Natalja Petrova. Risultato dell’operazione: sono stati arrecati pesanti lesioni corporali a Natalia stessa; è stato rotto un dente alla figlia Mary di nove anni; la mamma settantenne della giornalista, Nina Ivanovna, è stata picchiata; suo padre, un colonnello in pensione, Petrov Gennadij Evghenevic, è stato insultato e umiliato.Finora non è stato aperto nessun procedimento penale, anche se, il giorno stesso, il padre della giornalista si è rivolto con una petizione alla procuratura.
Cosa è successo a Kazan il 6 settembre?
Quella mattina Natalia ha accompagnato le figlie, Mary e Nelly, a scuola.Le due gemelline di nove anni amano molto studiare. Fanno musica e scherma, anzi, a dire il vero, facevano. Dopo lo stress subito hanno paura di uscire di casa. Quando Natalia è uscita dalla porta della scuola, due uomini l’hanno afferrata per le braccia. A detta di Natalia, sembravano un po’ ubriachi. Non hanno esibito nessun documento, entrambi erano in borghese. Hanno detto che l’avrebbero portata all’ospedale psichiatrico, “così non scriverai più da nessuna parte”.
Natalia è riuscita a liberarsi e a scappare a casa. Sperava di riuscire a chiamare la polizia. Nina Ivanovna, la madre (n.d.t.), era a casa. Proprio quella mattina avevano chiamato l’ambulanza, perché le era aumentata bruscamente la pressione. Il padre invece si trovava alla dacia. Natalia, dopo essere entrata in casa di corsa e sbattendo la porta, ha detto “Mamma, hanno tentato di rapirmi, bisogna chiamare la polizia.” Ma fare quella telefonata risultò impossibile perché qualcuno aveva staccato il loro telefono di casa. Così cercarono di chiamare il padre con il cellulare, ma senza successo. Bisognava andare a prendere le bambine da scuola e Natalia aveva paura di uscire in strada.
Gennadij Evghenevjch portò a casa le bambine intorno alle 11. Suonarono alla porta. Natalia aprì ed in quel momento fecero irruzione nell’appartamento, precipitosamente, tre uomini in borghese, che spinsero da una parte l’anziana madre di Natalia e scaraventarono via le bambine. Mary balzò ai piedi della madre. Nelly sbattè contro un barattolo di vernice che era nel corridoio.
I banditi erano interessati in primo luogo a Natalia. Uno di loro le ha torto subito il braccio e l’ha colpita di piatto dietro al collo. Il colpo è stato talmente forte, che lei ha quasi perso conoscenza e le è venuto immediatamente il vomito.I banditi, rivolgendosi poi al resto della famiglia, hanno messo con le spalle al muro il padre. Hanno picchiato Natalia sotto gli occhi delle figlie e uno di loro ha iniziato a pestarle le dita delle mani: “non scriverai mai più”. I colpi sono stati inferti molto professionalmente, di piatto per lasciare pochi segni. Avendo sentito il rumore e le grida, la madre della giornalista si alzò dal letto. Ma non appena uscì dalla camera ricevette un colpo all’addome che le provocò un’emorragia, ma, nonostante ciò, si è lanciata in soccorso della figlia. Nina Ivanovna ha cercato di ripararla dai colpi.
Lei stessa, di conseguenza, era coperta di lividi. Il padre di Natalia, di 84 anni, non potè fare nulla. Lo schernivano, dicendo: “ Dai, colpiscimi, vecchiaccio”. Il colonnello si sforzò di non farlo, da vero colonnello disse: “Non mi sporcherò le mani su di te”.
Le bambine afferrarono i loro ombrelli e cominciarono a respingere gli aggressori dalla madre. Ma cosa può fare un ombrello da bambino? Gli aggressori, nel frattempo, telefonavamo a qualcuno. “Slava, siamo sul posto. Cosa dobbiamo fare ancora?” Le bambine hanno sentito una voce che dava ordine di continuare a picchiare la loro mamma e sentirono anche che sarebbero arrivati rinforzi. Capirono che per loro quel telefono rappresentava un pericolo e quando nel fervore della colluttazione, uno degli aggressori si lasciò scappare di mano il telefono, le bambine lo afferrarono e lo gettarono dalla finestra del quinto piano. Si spaventarono molto, quando uno degli aggressori che aveva picchiato la loro mamma, si diresse verso di loro. Così si precipitarono fuori dall’appartamento.
Trascinarono giù anche Natalia. Non si sa per quale motivo la ammanettarono. Lei non poteva comunque opporre alcuna resistenza. Non appena la scaricarono sul pavimento dell’ascensore al primo piano, i suoi genitori corsero giù per le scale.
Dal momento dell’aggressione era trascorsa più di un’ora. In strada c’erano molti vicini, che conoscevano Natalia e la sua famiglia. Si precipitarono in loro difesa: “Che fate? Delinquenti. Questa è una giornalista molto nota, la conoscono tutti.” Gli aggressori risposero che si trattava invece di una criminale con mandato di cattura internazionale.” Nina Ivanovna sbucò fuori sulla strada tutta insanguinata.
I vicini di casa avevano chiamato l’ambulanza, la quale era arrivata velocemente. Ma una jeep di poliziotti non permise all’ambulanza procedere. Le figlie di Natalia erano trattenute nella jeep quasi come ostaggi. Natalia stessa, in quel momento, giaceva sul pavimento dell’ingresso del palazzo. I poliziotti, ovvero gli aggressori, mentirono ai medici, dicendo che si era trattato di un “falso allarme”. L’ambulanza fece inversione e se ne andò. Trascinarono Natalia per le mani e per i piedi fuori dall’ingresso e la caricarono in macchina.
Scaraventarono fuori dalla jeep Mary e Nelly. Sequestrarono Natalia e la scaraventarono sul fondo della jeep. La calpestarono con i loro pesanti scarponi finchè stanchi e soddisfatti si misero a fumare. Lei cercò di alzarsi, ma ogni tentativo finiva con calci. Su di lei scrollavano la cenere delle sigarette e uno di loro spense su di lei il mozzicone di sigaretta. Natalia perse i sensi.
Il dolore di quando la buttarono fuori dall’auto la aiutò a rinvenire. Giaceva insanguinata davanti alla porta della stazione di polizia del quartiere Moskovsky di Kazan. I colleghi strinsero le mani ai suoi torturatori: “Beh, allora l’avete portata? Come sta?” “Bene, è già finita….” “L’avete picchiata a morte, no?” “Non ancora a morte”…Trascinarono Natalia in cella e lì la rinchiusero. La trattennero lì fino alle sei di sera. Accuse? No, non ne sono state fatte. Interrogatorio? Neanche quello venne fatto. Poi, semplicemente, la buttarono mezza morta sulla strada.
Soltanto ieri 17 ottobre il padre di Natalia ha saputo esattamente chi era quel certo “Slava”, che aveva diretto, tramite telefono cellulare, il pestaggio di sua figlia. L’anziano colonnello era andato alla stessa stazione di polizia e aveva chiesto alla persona di turno: “Chi ha dato l’ordine per l’operazione speciale nei confronti della giornalista Petrova?”. E quello gli rispose: “Il capo della stazione di polizia, Vjacheslav Vladimirovic Prokofjev. Passate, è nell’ufficio numero 24.” L’ex colonnello andò all’ufficio 24. “Che cosa hai fatto alla mia famiglia?” La persona in uniforme rispose: “Tua figlia sa troppo. Contro di lei c’è un mandato di cattura internazionale. Posso farle tutto ciò che voglio.”
Ma allora chi è questa giornalista, Natalia Petrova?Una tra i più taglienti e sinceri difensori dei diritti umani russi, Svetlana Gannushkina, ha ricordato immediatamente Natalia, dicendo: “Sì, l’ho vista nel Karabak con la videocamera”. Andrej Mironov, membro di Memorial, l’ha conosciuta in Cecenia durante la prima guerra. Lei non filmava soltanto. Spostava i feriti, fasciava le loro ferite. Andrej dice: “Durante la prima guerra cecena, Natalia fece quello che la Politkovskaja ha fatto nella seconda guerra. L’unica differenza era che, ai tempi della prima guerra cecena i figli di Anna erano piccoli, mentre durante la seconda guerra cecena erano le bimbe di Natalia ad essere piccole.” Il giornalista Aleksandr Mnazakanjan, sentendo la mia domanda su Natalia Petrova di Kazan, ha risposto subito dicendo: “Di Natalia posso dire solo cose belle. Ho visto lei e la sua videocamera in Abkhazia e in Cecenia.”
Natalia è una regista di film documentari. Sul Karabakh ha girato un documentario “I bambini del Karabakh”. Si lamentava del fatto che non era riuscita a montarlo fino alla fine. Una ferita glielo aveva impedito. L’aveva colpita una scheggia e per poco non perdeva una gamba. Successivamente, insieme al marito, Ruslan Umarov, hanno fatto un film “L’antica terra dei Ceceni”. Si erano incontrati in Cecenia. Ruslan diventò suo marito ed il suo produttore. Il film lo girarono insieme. Quando Natalia era al sesto mese di gravidanza, il film uscì in Germania. Ruslan le disse: “Se necessario ti porterò in braccio, ma tu devi assolutamente vedere il risultato del tuo lavoro”. Arrivarono a Mosca, dove gli fecero i visti praticamente in un giorno. Per Natalia la prima del suo film sulla Cecenia fu uno degli avvenimenti più importanti della sua vita. Non aveva rischiato invano, filmando video con informazioni importanti nascoste letteralmente nelle mutande. Natalia racconta: “Tutti cercavano di catturarci. I federali, da una parte, e dall’altra, quei ceceni, che non ci conoscevano”. Il film fu un tentativo di penetrare nell’anima del popolo. “Cercai di trovare le radici del conflitto” afferma Natalia. Allora in Germania, nel 1997, il film della regista Petrova sulla Cecenia venne insignito del Gran Premio della Cinematografia.
Quando è successo questo grave fatto a Kazan, Natalia aveva appena terminato di lavorare su un nuovo film documentario: “Abkhazia, amore mio”. Non molto tempo prima dell’aggressione alla sua famiglia, era tornata dall’Abkhazia, dove c’era stata la presentazione del suo film. E si stava preparando per andare in Georgia ad un’altra proiezione del film. Natalia è soltanto un’altra giornalista russa che stava cercando, con la sua opera, di ravvicinare due popoli divisi dal conflitto.
Ma adesso tutto è stato rinviato. Le bambine e i genitori di Natalia sono terrorizzati e sotto shock a causa dell’aggressione criminale degli sbirri. Le bambine non stanno andando più a scuola. Mary soffre di una pesante sindrome post-traumatica. Quando ho telefonato a Natalia, ho sentito la voce di sua madre che diceva: “Fai presto, Mary ha di nuovo la febbre a 40,3”. La stessa Natalia ha bisogno di cure. La commozione cerebrale da lei riportata, le provoca forti mal di testa. Parlando con me, Natalia aveva dimenticato la parola che indica la comunità virtuale, dove si possono pubblicare informazioni su di lei. Allora le suggerii “internet”. “Ma certo. Devo scrivere tutto da sola. I colleghi di Kazan non faranno nulla. Hanno paura. Natalia dice che aveva sperato molto che il suo amato Tatarstan diventasse per lei una terra di pace e tranquillità. Ma, improvvisamente, è venuto fuori che in Russia sono iniziati tempi davvero strani. Tempi di rappresaglie non solo contro i giornalisti, ma anche contro le loro famiglie.Mironov commenta così, al telefono, l’incubo di Natalia Petrova a Kazan: “Loro approfittano del fatto che Natalia non è bene in vista, non abita a Mosca. Lei è una persona tranquilla, che parla piano.” Ma allora, perché la temono e la odiano così tanto?
Natalia è nata in una famiglia di militari di professione, in una città militare della Siberia. Il padre era un colonnello dell’esercito sovietico. Lo zio – il generale di brigata Petrov – era capo del dipartimento del personale del distretto militare del Caucaso settentrionale, fino all’inizio della guerra in Abkhazia. Avrebbe potuto diventare Ministro della Difesa al posto del misconosciuto Pavel Grachev, ma rifiutò. Mentre invece Grachev non rifiutò. Poi cominciò la prima guerra cecena. Natalia ricorda che suo zio fu uno dei problemi più grossi che dovette affrontare nelle sue trasferte cecene. La catturava. Le metteva paura. Non la lasciava andare. Aveva paura per lei.E invece lei andò e filmò. Dopo l’aggressione del 6 settembre alla famiglia, il padre di Natalia, da quel momento, non parla più con nessuno. Ha soltanto detto alla figlia: “Perché non hai portato a termine la faccenda? Perché non ti sei battuta contro di loro, quando ti seguirono nel 2005? Perché non hai portato il caso in tribunale?”
Natalia aveva già incontrato l’uomo chiamato “Slava”… Nel 2005 a Kazan c’era stato un incontro al vertice di quattro capi di stato: Putin, Jushenko, Nazarbaev, Lukashenko. Natalia fu una dei 17 giornalisti accreditati. Era andata al centro stampa internazionale, quando due uomini la afferrarono per le braccia alla fermata dell’autobus. Anche quella volta senza mostrarle i documenti: “Vieni con noi.” Lei cominciò a gridare: “aiutatemi, mi stanno rapendo”. Grazie allo scudo di persone attorno a lei, Natalia riuscì a telefonare ad un collega. In 15 minuti arrivò una macchina del servizio stampa e la portarono via. Venne intentata un’indagine penale. Ma non portò a nulla. Natalia si giustifica dicendo: “Non avevo tempo di occuparmi di me stessa. I bambini, il lavoro, il nuovo film”… E se ne andò in Abkhazia.
Natalia dice di non vedere niente di strano nella situazione in cui si trovava. In famiglia avevano sempre considerato che se il nero è nero, non lo si può prendere per rosso.
Nell’estate del 2006, a Tatarstan, ci fu un concorso chiamato “ Io – cittadino della Russia”. Era stato organizzato dal dipartimento dell’Ufficio Federale dell’Immigrazione della Repubblica di Tatarstan. In palio c’erano cinque premi per il miglior disegno, il miglior racconto, la migliore poesia, canzone e fotografia. Le bambine meditarono a lungo per scegliere il tema del loro disegno. Fissarono la loro scelta sull’attore popolare Marat Basharov. Desideravano tanto che lui vincesse le “Danze sul ghiaccio”. Mary pensava che se loro vincevano, allora avrebbe vinto anche Marat. Natalia aveva molta fiducia nel talento delle figlie. Le sembrava che avessero ereditato i geni di uno degli antenati di sua madre, deportato in Siberia, il nobile polacco Rozinski. Le figlie avevano sempre amato disegnare. Per un po’ di tempo, Mary non era stata soddisfatta dei risultati della sua opera. Natalia cercò di convincerla, che la vittoria di un attore contro dei campioni olimpionici era poco probabile. Ma Mary aspirava tenacemente a raggiungere il suo scopo: che la sua vittoria garantisse quella di Marat Basharov. “Lui è dopotutto il nostro Tataro” diceva Mary. Le bambine vinsero. E anche Basharov vinse il suo meritato premio, delle danze sul ghiaccio. Mary ricevette il primo premio artistico a nome e per incarico del generale del corpo d’armata della polizia locale, Romodanovskij.
Uno strano intreccio di destini caratterizza la storia contemporanea della Russia. Adesso questa giovane vincitrice di un concorso federale bandito per i giovani cittadini della Federazione Russa, figlia di una giornalista russa, Natalia Petrova, e di un ceceno, Ruslan Umarov, giace a letto ammalata. Ancora in questi ultimi giorni la bambina aveva la febbre a più di 40. I medici dicono che la causa è lo stress e che è necessario curarla. Si potrà curare proprio quel terrore, che ha provato una bambina, cercando di difendere la propria madre con un ombrellino?
Natalia mi ha detto: “Sai, il sangue della famiglia cecena dei Beno si fa proprio sentire”. La famiglia di suo padre, secondo la leggenda, è di discendenza diretta di Baisangur stesso, che aveva una sola gamba. Quando Natalia tornò a casa quel giorno, Mary era andata verso di lei dicendo: ”Mamma ho una sorpresa”. Aprì il palmo della sua mano – e lì giaceva il dente che le era stato rotto. Natalia non ha retto. Tuttora soffre del fatto che non riuscì a controllarsi. Ruggì come una belva: “Io non credo più in Dio”. Mary rispose semplicemente: “Non è necessario. Tu sei una persona illuminata. Questa è soltanto una prova”.
Quante prove deve subire ogni cittadino russo, prima che facciamo la nostra scelta? Natalia ricorda tutti i suoi amici, che la guerra cecena si è portati via. “Mi dispiace per Anna (Politkovskaja – n.d.t.). E di molti però non sono rimasti neanche i figli”.
Natalia è stata contenta della mia telefonata. Ha capito che ha bisogno di aiuto, e non sperava molto di riceverne. La nostra conversazione è finita con la sua frase: “Quante persone devono soffrire ancora, perché non hanno nessuno con cui lamentarsi? E quante persone questo Slava ha già mandato all’altro mondo…?”
Nella lingua tatara c’è un detto: “Il mascalzone trova sempre il manganello nella specie dello stupido”. E Slava è questo mascalzone. Ma sarà in azione soltanto fino a quando i delinquenti non verranno fermati.
Oksana Chelishevamembro della Società per l’amicizia russo-cecena, chiusa dalla Federazione Russa nel gennaio 2007 con l’accusa di terrorismo.

10 gennaio 2010

Lavoro e maternità

Guardate queto video realizzato da Silvia Ferreri:

http://archivio.rassegna.it/2007/video/articoli/ferreri.htm

ed altre testimonianze:

http://www.pianetamamma.it/donna-e-mamma/maternita-e-lavoro-come-si-organizzano-le-donne.html

http://www.donne-lavoro.bz.it/287d4061.html

Chiedo: possibile che nel terzo millennio le donne debbano ancora scegliere tra il lavoro e la maternità? Possibile che nel terzo millennio debbano ancora essere discriminate?
Ci si lamenta del calo delle nascite, esistono leggi che tutelano le future mamme:

http://www.kila.it/tutela-della-maternit-e-conciliazione.html

Eppure...

07 gennaio 2010

Libro

Storia di amicizia fra due donne, due cugine, (Kaori è una quarantenne single, la classica donna in carriera. Sua cugina Chien-chan è una ragazza sui trentacinque anni, estremamente silenziosa e introversa, che dopo la morte della madre si è trasferita a vivere da Kaori.) che non verrà meno neanche, quando una delle due dirà il suo segreto all’altra.
Kaori, così decisa e attiva, trova nella piccola Chie-chan la serenità che non ha mai trovato dentro di sé. Le canzoni che canta, le piante che coltiva con tanta dedizione e i piatti che cucina, così soliti, così rassicuranti, cimentano un rapporto che completa i loro due universi distanti.
Libro che dimostra che nei rapporti umani, la crescita interiore deve avvenire insieme. Quando uno dei due rimane indietro, l’altro deve fermarsi ad aspettare l’amico/a. Sinceramente…
Libro scritto in un linguaggio semplice ma efficace nel descrivere che il vero sapore della vita sta nelle piccole vicende quotidiane vissute da ognuno di noi.

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Ritagli del libro

Pag 83
“La cosa interessante è proprio che non si sa. Come quando si fa il surf” disse Chie-chan. “Io non lo praticavo, guardavo solo, ma guardare mi piaceva. E a forza di guardare, un pò cominci a capirne. Per esempio, quando sei abbastanza esperta, riesci, entro certi limiti, a prevedere quel pomeriggio quali onde verranno. Però il punto debole degli esseri umani è che, continuando a fare questa vita da surfisti per diversi anni, subentra la routine, e allora quasi tutti cominciano a paragonare il presente con il tempo di quella volta, le onde di quel certo giorno, convinti di conoscere ormai a perfezione le onde. A quel punto si fanno male, si pentono, tornano a farsi male, e così via, tante e tante volte. E’ un errore in cui cadono in molti. Non si accorgono che girano sempre attorno allo stesso punto. Io credo che sbaglino… Pensare che ogni onda è diversa, è più importante che riconoscere le onde che si assomigliano. Analizzare le condizioni del tempo è indispensabile, bisogna farlo, ma è molto presuntuoso pensare che esistano condizioni atmosferiche, onde, che siano uguali ad altre. Ammesso che ci siano delle cose uguali, esistono solo dentro di noi e non nel mondo esterno. Con questo, non sto cercando di esaltare la grandezza della natura, per niente.
Non solo la natura, anche tutte le altre cose sono di volta in volta un po’ diverse, ma per l’uomo è tutto troppo grande, la vastità gli fa paura, e allora tende, per sentirsi più sicuro a irrigidire tutto negli schemi di ciò che conosce.”


Pag. 39
“Fai attenzione quando attraversi la strada” ribadii. “A me piace vivere con te, e poi un conto è separarsi in vita, un altro essere divisi dalla morte. Se dobbiamo separarci, preferirei che fosse da vive.”
“E una cosa che nessuno può garantire” disse Chie-chan.
“Però anche a me piace questa vita. Mi piacerebbe pensare che le possibilità di continuare così sono molte.”
Annuii. Poi ripetei:
“Però, davvero, stai attenta”.
“Mi dispiace molto di averti fatto preoccupare. Però la durata della vita è qualcosa che nessuno ha il potere di cambiare” disse Chie-chan. Poi aggiunse:
“Ieri non era arrivata la mia ora”.
Ebbi un sussulto.
Sentii che quanto diceva Chie-chan era la verità.
E’ così, pensai, che io mi preoccupi o no, che stia attenta o no, non si può salvare la vita a una persona. Si ha sempre l’illusione di avere questo potere, ma anche se tutti lo vorremmo è impossibile.
Anche se facessi la guardia a Chie-chan ventiquattro ore di fila, non potrei evitarle un incidente. Si può aiutare qualcuno nelle cose quotidiane, si può pregare, si può vigilare. Ma non si può cambiare il corso della sua vita. In verità non si può fare niente neanche per la propria.
Una persona non può fare altro che amare qualcuno quando è presente davvero, davanti ai propri occhi.

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